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Guerra e Riconciliazione in Afghanistan

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Gli articoli di Mario Arpino e di Stefano Silvestri sull’Afghanistan pubblicati di recente su questa rivista sollecitano qualche riflessione. Mario Arpino esprime forti perplessità sulla possibilità che la nuova strategia americana possa raggiungere l’obiettivo di un Afghanistan pacificato, unitario e basato su istituzioni democratiche. In alternativa Arpino delinea una soluzione che si limiti alla ricerca della stabilità e della pace, promuovendo - e, se necessario, comprando - la cooptazione dei diversi clan e la loro “impermeabilizzazione” ai talebani e ad Al-Qaeda.

La soluzione delineata da Arpino, seppur non definitiva, è interessante e plasmata sulla realtà della situazione afgana. La si potrebbe interpretare come una prima applicazione - o anche come una tappa intermedia - della nuova strategia che prevede la riconciliazione. Condivido, inoltre, i dubbi espressi da Stefano Silvestri nei confronti della ‘tenuta’ politica di Karzai. Silvestri individua nella scarsa affidabilità e nel limitato consenso di cui gode il Presidente il punto politico più delicato per la soluzione del problema afgano. Il discorso vale per oggi e per il futuro, specie nel caso fortunato di una conclusione pacifica del conflitto.

Lo scetticismo di Silvestri nei confronti dell’opzione ‘fortezze imprendibili’ avanzata da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, poi, è assolutamente condivisibile. Anzi, non credo neanche valga la pena prenderla in considerazione data l’evidente improponibilità tattica, strategica e politica nella realtà afgana.

I pilastri della nuova strategia
In effetti, i crescenti problemi incontrati soprattutto negli ultimi anni dalla Nato e dalle forze americane in Afghanistan hanno indotto l’amministrazione americana, sin dagli ultimi anni del mandato di George Bush, a lavorare alla definizione di una nuova strategia politica e militare per la stabilizzazione del paese. Ad un anno dalla sua elezione e dopo non pochi momenti di incertezza e difficoltà, il Presidente Barack Obama ha recentemente annunciato con chiarezza la nuova strategia e le misure da adottare per il suo sviluppo.

È in atto innanzitutto un sostanziale rafforzamento della presenza militare americana con un incremento pari a 40.000 unità. Il loro impiego si sviluppa lungo due linee operative: l’intensificazione degli attacchi aerei contro le installazioni talebane e di Al-Qaeda situate a cavallo del confine pachistano, in stretto coordinamento con le operazioni condotte nell’area dalle forze armate pachistane; l’effettuazione di operazioni aereo-terrestri di riconquista delle aree afgane occupate dai talebani e il loro mantenimento per consentire l’insediamento di amministrazioni rette da capi locali, anti-talebane (anche se non strettamente collegate al governo di Karzai) e lo sviluppo delle attività economiche.

Questo sforzo militare deve garantire una cornice di maggiore sicurezza allo sviluppo civile, che costituisce il secondo pilastro. È previsto a tal fine anche un aumento degli aiuti economici e del personale specializzato per dare impulso alle attività economiche, in particolare in campo agricolo e infrastrutturale. Per lo sviluppo dell’agricoltura gli Usa stanno triplicando (da 300 a 900) il numero dei tecnici.

Il terzo pilastro della nuova strategia è costituito dal ruolo fondamentale che deve svolgere il governo pachistano contro le roccaforti di Al-Qaeda e dei talebani afgani nel Waziristan. Il capitolo Pakistan è di estrema importanza. Nessun movimento guerrigliero o terrorista è mai stato battuto sino a quando ha potuto disporre di paradisi e rifugi oltre frontiera. È previsto a tal fine un forte sostegno economico e di materiali bellici al Pakistan.

Il governo di Islamabad ha già condotto una serie di operazioni contro Al-Qaeda e i talebani pachistani nella valle dello Swat e nel Waziristan del nord. Ora è fondamentale aprire un fronte operativo nel Waziristan del sud dove si nascondono molti talebani afgani. Le recenti visite dell’inviato speciale Richard Holbrooke e del Segretario alla Difesa Robert Gates ad Islamabad hanno avuto lo scopo di indurre il governo ad iniziare tempestivamente tale operazione.

Un elemento nuovo è rappresentato dalla fissazione di un inizio (18 mesi dopo l’invio dei primi rinforzi) del disimpegno per aliquote di truppe Usa, abbinato al raggiungimento di una reale capacità operativa da parte di 240.000 uomini dell’esercito e 150.000 poliziotti afgani. Le due cose sono strettamente legate.

Riconciliazione
In questo settore, ancor più che in quello militare, grande può essere l’apporto degli alleati europei della Nato (per ora in fase di avvio). L’Italia svolge e svolgerà un’azione di grande rilievo. È opportuno ricordare che il capo responsabile della organizzazione di preparazione delle forze di polizia dell’intero Afghanistan è il generale dei Carabinieri Carmelo Burgio. Dopo sette anni di scarsi risultati, questa volta il problema viene affrontato con maggior impegno e più risorse.

A queste linee operative della nuova strategia, che in realtà correggono e potenziano quelle precedenti, se ne aggiungono tre di nuova concezione che recepiscono indicazioni da tempo emerse in ambito internazionale, da ultimo nella recente conferenza internazionale di Londra.

La prima prevede l’avvio di un intenso sforzo di riconciliazione nazionale, rivolto soprattutto al rilancio del processo democratico e all’accordo tra il governo legittimo e i talebani non legati ad Al-Qaeda e altri capi clan non precisamente favorevoli a Karzai, e il loro inserimento nelle strutture governative centrali e locali. È stato costituito un fondo di $500 milioni, di cui 140 già stanziati per il primo anno. La seconda prevede un grande impegno nella lotta alla corruzione. A tal proposito la comunità internazionale si è impegnata ad aumentare del 50% gli aiuti a Kabul se il governo Karzai fa reali e misurabili progressi nella lotta alla corruzione.

Approccio regionale
La terza pone l’accento sul coinvolgimento di tutti gli Stati geopoliticamente interessati a una soluzione politica del conflitto, e quindi sull’imprescindibile necessità di un approccio di carattere regionale. Oltre agli stati confinanti, anche Turchia, Russia, India, Arabia Saudita possono svolgere un ruolo molto rilevante.

È su queste direttrici coordinate e integrate che si sta sviluppando la nuova strategia per la soluzione del problema afgano. Mentre gli Usa sono già pesantemente impegnati, è auspicabile che gli altri paesi della Nato, insieme a quelli gravitanti nella regione, aumentino l’impegno nei settori di loro possibile pertinenza.

L’Italia sta già fornendo un importante e coerente contributo, sul piano militare, dell’addestramento e per lo sviluppo civile ed economico del paese. Si aprono inoltre spazi e opportunità notevoli per la diplomazia italiana nel quadro degli sforzi per trovare una soluzione politica a livello regionale.