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Le premesse della questione del Medio Oriente

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Ripercorrere le vicende che hanno infiammato il Medio Oriente dal declino dell’Impero Ottomano fino al secondo dopoguerra è un utile esercizio per una maggiore comprensione degli eventi attuali.

Durante la fase di decadenza dell’Impero Ottomano, le grandi potenze europee avevano cercato di entrare nell’area della Mesopotamia e fino a quando venne aperto il canale di Suez nel 1869, il Medio Oriente veniva considerato come “testa di ponte” tra il Mediterraneo e l’Oceano indiano, per non fare il periplo dell’Africa.

In quest’area la potenza più interessata era ovviamente la Gran Bretagna, che dominava il Mediterraneo e per circa un secolo mantenne la collaborazione con la Turchia per impedire alla Russia di affacciarvisi. Tale scenario cade nel 1907, quando la Russia esce sconfitta anche dalle sue iniziative espansionistiche in estremo oriente e tornando in Europa indebolita è costretta ad accettare della politica britannica, la logica della spartizione. Ecco perché alla vigilia della Prima guerra mondiale la Turchia non si trova più al fianco delle democrazie occidentali, gli inglesi sono ormai disposti a riconoscere gli interessi della Russia sugli stretti a condizione che quest’ultima riconosca i loro nei territori arabi del Medio Oriente, quindi già prima dello scoppio della guerra c’è questa tendenza che inizia dal 1907 con la formazione della Triplice Intesa (GB, Russia, Francia) poi al momento in cui la Turchia si allea con gli imperi centrali c’è la motivazione per programmare la spartizione.

Con gli accordi Sykes-Picot del 1916, quindi durante le vicende belliche, si decide di dare alla Francia la Siria e il Libano a ridosso della Turchia e alla Gran Bretagna la Mesopotamia che comprendeva l’attuale Iraq e la Transgiordania. La spartizione era su queste due aree perché nella zona dell’Arabia Saudita c’era la dinastia di re Hussein dell’Egiaz che aveva aspirato con la caduta dell’Impero Ottomano a unire tutti questi territori in una confederazione panaraba. Si può, quindi, dire che i fattori della questione del Medio Oriente sono: la caduta dell’Impero Ottomano, le aspirazioni dei popoli arabi, perché tutti anelavano all’indipendenza e si manifesta con la tendenza a creare un unico grande stato arabo che finiva per livellare le differenze soprattutto quelle religiose, ma anche economico e sociali, a fronte di spinte panarabe esistevano anche quelle nazionaliste, e terzo fattore era costituito dagli interessi delle grandi potenze in particolare Francia e Gran Bretagna, che avevano già stabilito patti con l’Impero Ottomano, cioè le cosiddette capitolazioni (come in Cina le concessioni). Erano questi accordi che permettevano loro di commerciare liberamente in alcune zone, per esempio la Gran Bretagna aveva una sorte di protettorato sul Kuwait già dalla metà dell’800 anche se questo risultava nominalmente sotto la sovranità dell’Impero Ottomano, quindi deteneva interessi diffusi in quest’area, mentre la Francia era più sul lato turco. Negli accordi Sykes-Picot non mancò di inserirsi anche l’Italia che era uscita da una guerra con la Turchia per la conquista della Libia e per impedire ai turchi di aiutare i libici in questa politica di espansione l’Italia occupò le isole del Dodecanneso temporaneamente, ma scoppiata la guerra ed essendosi alleata con le democrazie occidentali, anche questo settore rientra nella logica della spartizione, solo che l’Italia non ottenne nessun riconoscimento sui territori arabi, li ebbe sulle isole del Dodecanneso e sulla zona turca prospiciente da Adagia fino a Smirne. Dunque la pressione sul Medio Oriente si lega molto alle sorti della Turchia come territorio nazionale ed anche ad un altro fattore e cioè il movimento sionista, che già dalla seconda metà dell’800 propugnava non solo il ritorno degli ebrei nella terra promessa, ma anche la creazione di uno stato nazionale ebraico. Si può dunque dire che la storia del Medio Oriente è l’intreccio di questi fattori: l’eredità dell’Impero Ottomano, l’interesse delle grandi potenze che pur di conquistare questi territori non mancarono di promettere ai popoli arabi il loro sostegno per il conseguimento dell’indipendenza alla fine della guerra. In realtà però Francia e Gran Bretagna si erano spartite il Medio Oriente e l’unico personaggio che continuava a difendere questa aspirazione fu re Hussein dell’Egiaz, dinastia dell’Arabia Saudita che si poneva come guida per unificare i territori arabi.

Gli sviluppi dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale

Alla fine della Prima guerra mondiale, quando si riunì la conferenza di pace di Parigi, gli arabi cercarono di far valere le loro aspirazioni e la Gran Bretagna in maniera quasi inaspettata prima dell’inizio dei lavori denunciò gli accordi Sykes-Picot (questo perché sperava di poter realizzare il disegno panarabo di re Hussein e stabilire un’influenza generale su tutto il Medio Oriente escludendo gli interessi della Francia). Denunciarono gli accordi e sostennero queste aspirazioni, tanto che quando il Presidente Wilson chiese a re Hussein che cosa si aspettasse dalla conferenza di pace quest’ultimo rispose: ciò che ci avete promesso e cioè l’indipendenza, ma se non fosse proprio possibile ottenerla saremmo anche disposti ad accettare un mandato unico di amministrazione sotto l’egida della Società delle Nazioni attribuito alla Gran Bretagna. Vennero qui evidenziate non solo le tensioni all’interno del mondo arabo, ma anche il contrasto di interesse tra gli inglesi e francesi. I primi sfruttavano le aspirazioni panarabe per stabilire un influenza generale su tutta l’area, mentre i secondi per non essere messi fuori dalla porta finivano per sostenere le spinte nazionaliste. E’ vero che viene denunciato l’accordo Sykes-Picot, però il disegno di re Hussein di costituire uno stato unico panarabo in tutta l’area fallì perché in Siria e Libano la Francia sollecitò il movimento nazionalista contrario a cadere sotto il controllo del re e alla fine dei lavori della conferenza di pace si arrivo ugualmente alla spartizione, legata questa volta non tanto alla ripartizione tra inglesi e francesi quanto alle sollecitazioni che c’erano state dei britannici a favore del panarabismo e dei francesi al nazionalismo, questo per sottolineare come i contrasti fra gli arabi sono spesso diventati strumenti della lotta politica delle grandi potenze per meglio dominare la situazione, non è una strategia nuova adottata sempre anche in altre aree, ma in questo momento condiziona gli sviluppi di tutta la questione, cosicché alla fine di tutta la guerra la spartizione avviene sotto l’egida della Società delle Nazioni, c’è addirittura l’imprimatur di essa perché si dice dati anche i contrasti che emergono, che i popoli arabi non erano in grado di autogovernarsi , dovevano essere guidati per conquistare l’indipendenza e questo compito venne dato alla Gran Bretagna e alla Francia. I mandati furono due per la Gran Bretagna e due per la Francia, secondo la logica dell’accordo Sykes-Picot, uno sulla Mesopotamia e uno sulla Palestina per i Britannici, per la Francia, uno sulla Siria e l’altro sul Libano, ecco la spartizione del Medio Oriente. Re Hussein rimane scontento del risultato e i britannici per tacitarlo dividono la Mesopotamia in due stati l’Iraq per Abdullah e la Transgiordania per l’altro figlio Feisal e nascono quindi due regni, mentre la Palestina rimane separata sotto la diretta gestione dei britannici. Questo assetto non manca di subire ulteriori mutamenti perché re Hussein oltre ad essere contestato dalla Siria e dal Libano finì per esserlo anche dalla casa saudita di Ibn Saud, scoppia un conflitto tra quest’ultimo e Hussein e i britannici di fronte alla forza preponderante di Saud decisero di appoggiarlo, Hussein ne esce sconfitto e Ibn Saud da vita alla dinastia che domina l’Arabia Saudita e che ancora oggi è molto legata alla Gran Bretagna e si presenta come lo stato più moderato dell’area mediorientale, mentre il Kuwait e l’Oman rimangono protettorato britannico rientrando così nella strategia di controllo delle vie verso l’Oceano indiano.

l’Iraq aveva conquistato già la sua indipendenza agli inizi degli anni Trenta e nel 1932 era entrato nella Società delle Nazioni, ma in realtà era uno stato a sovranità limitata perché la politica estera e la difesa rimanevano nelle mani britanniche. L’Arabia Saudita aveva una sua piena indipendenza, Siria e Libano la conquistano con la caduta della Francia e alla fine della Seconda guerra mondiale si proclamano indipendenti. L’Egitto nel 1936, in coincidenza con la crisi italo-etiopica, aveva firmato con gli inglesi un accordo in base al quale la Gran Bretagna gli riconosceva l’indipendenza in cambio del mantenimento del controllo del canale di Suez, considerato una via d’acqua internazionale e quindi le truppe britanniche rimanevano per garantirne la sicurezza per un periodo di dieci anni (36-46), ma in questo accordo c’era una postilla che permetteva all’esercito britannico di restare a presidiare il canale fino a quando quello egiziano non avesse dimostrato la sua capacità di saper garantirne e difenderne la sicurezza, ciò consentiva di gestire l’esodo delle truppe inglesi a seconda delle circostanze.

L’indipendenza dei paesi arabi viene raggiunta quindi dopo la Seconda guerra mondiale, si costituisce la Lega araba con sede al Cairo, ma la presenza britannica è ancora una forte eredita delle vicende successive alla Prima guerra mondiale, mentre è notevolmente ridimensionata quella francese come conseguenza della caduta della Francia. Mentre tutti gli altri stati conquistano l’indipendenza l’unico territorio che rimane sotto controllo inglese è la Palestina fino al fiume Giordano con una situazione difficile perché l’immigrazione ebraica, iniziata già nell’800 sotto l’Impero Ottomano adesso crea forti tensioni. Di fronte alle sollecitazioni del mondo arabo e dei palestinesi, che vorrebbero creare uno stato indipendente, i britannici si adoperano prima a favorire una soluzione verso una spartizione, poi non riuscendo a farlo accettare ai palestinesi e agli arabi, rimettono il loro mandato all’ONU che si adopera anch’esso per un’intesa che però viene respinta.

La nascita di Israele

Gli Stati Uniti, vista l’impossibilità di arrivare a un accordo, propongono di trasformare il mandato britannico in amministrazione fiduciaria, per un periodo che si sarebbe dovuto stabilire, attribuito alla Gran Bretagna e ad essi. Questa proposta suscita le reazioni anzitutto degli ebrei i quali già dal 1937 stavano toccando con mano la possibilità di realizzare uno stato ebraico e la soluzione americana faceva allontanare questo obiettivo perché l’amministrazione fiduciaria sarebbe durata come minimo dieci anni e non si poteva prevedere quale sarebbe stato l’esito. Chi si oppone al disegno statunitense è anche l’Unione Sovietica che temeva il verificarsi di una successione americana nelle posizioni dei britannici, cosicché, paradosso della situazione quando gli inglesi si ritirano dalla Palestina, Israele si proclama stato indipendente e il primo a riconoscerli è l’URSS, non solo ma è anche uno dei primi a fornirgli armamenti, perché la proclamazione dell’indipendenza porta alla prima guerra arabo-israeliana con questi ultimi che si vengono a trovare in conflitto su tutti i fronti, con il Libano, con la Siria, con la Transgiordania e con l’Egitto. Perché Israele vince la guerra? Non solo per la migliore organizzazione e per il sostegno finanziario del movimento sionista ed i rifornimenti di armi ma anche perché gli arabi pur proclamando la loro disponibilità a sostenere la formazione di uno stato palestinese non intervengono in questa guerra per questo scopo ma ciascuno per prendersi una fetta della Palestina. La prima guerra arabo-israeliana quindi può essere concepita come una guerra di spartizione della Palestina e non per la realizzazione dello stato palestinese, infatti, il Libano occuperà la parte nord, la Siria le alture del Golan famose per le falde acquifere, la Transgiordania annette la Cisgiodania e insieme da questo momento formeranno la Giordania. Questo ultimo episodio fece subito pensare che ciò si era potuto verificare soltanto con un accordo con Israele, come poi in effetti risulto, e in conseguenza di questa collaborazione, venne estromessa dalla Lega araba per circa un decennio, mentre l’Egitto occupò la striscia di Gaza ancora a ridosso della penisola del Sinai e quindi al confine e con una forte presenza a maggioranza palestinese. Si deve tener presente questi due territori perché sono quelli sui quali ancora oggi si deve decidere per far nascere lo stato palestinese, Cisgiordania e striscia di Gaza. Naturalmente la situazione è attualmente molto più complicata perché bisogna capire le vicende successive alla prima guerra arabo-israeliana. Vi sono altre due guerre importanti: quella del 1956 e quella del 1967. Infine c’è stata la cosiddetta guerra del Kippur del 1973, ma si trattò di un accadimento molto particolare che non può essere considerato un vero e proprio conflitto. Queste comunque sono state le tappe fondamentali. Da ultimo tutto ciò portò alla prima pace stipulata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La pace di Camp David fra Egitto e Israele. Tutte queste guerre sono state l’una la premessa dell’altra: la guerra del 48 fu la premessa di quella del 56, quella del 56 fu la premessa della guerra del 67. La guerra del 48 aprì la strada a quella del 56 perché si concluse senza un trattato di pace e sul piano armistiziale; i confini furono stabiliti prendendo come riferimento il punto dove si erano fermate le truppe. Sotto banco l’unico accordo fu quello tra Israele e la Transgiordania che definirono la spartizione senza che vi fosse un trattato di pace. In sostanza i paesi arabi ne uscirono sconfitti e Israele mostrò la propria superiorità. Naturalmente il risultato ebbe conseguenze sul piano politico. All’interno dei paesi arabi, aprendo uno scontro fra due centri di potere quello monarchico e quello militare, la sconfitta del 48 pesò molto sulla classe militare che cercò di far cadere la responsabilità sui monarchi, accusati di essere collusi con le potenze sioniste.

Il Presidente Nasser

La formazione degli ufficiali egiziani avveniva nei circoli militari delle potenze occidentali: Abu Gamal Nasser si formò presso l’Accademia militare di Parigi e poi in Gran Bretagna. Gli ufficiali erano imbevuti del concetto di democrazia e la prima guerra arabo-israeliana fece maturare questa politicizzazione dei circoli militari ed è al loro interno che si preparò lo scontro fra i due poteri (il monarchico e il militare). Nel 1952 re Faruq fu deposto ed esiliato a Roma. L’Egitto finì così per diventare il punto di riferimento anche degli altri paesi arabi: il Cairo accoglieva la sede della Lega araba. Occorre chiedersi cosa avvenne tra il 48-49 e il 52 e quale fosse la preoccupazione delle potenze occidentali. Essa consisteva nel fatto che, in conseguenza del risultato della prima guerra arabo-israeliana, si temeva potesse esserci un’avanzata dell’influenza dell’Unione Sovietica che, pur avendo riconosciuto lo stato di Israele, di fronte alle conseguenze di questa guerra non si fece sfuggire l’occasione di sfruttare le tensioni e i contrasti per espandere la propria influenza nell’area mediorientale. Allora USA, GB e Fran cia, per cercare di bloccare questo rischio e mantenere il controllo di una regione strategicamente importante non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche a causa delle risorse energetiche ivi esistenti, nel 1950 emisero una dichiarazione tripartita in base alla quale promettevano il loro appoggio a tutti gli stati del Medio Oriente per ricostituire le basi della propria sicurezza e offrirono loro armamenti, per evitare che essi potessero rivolgersi all’URSS. Questa offerta però era legata alla condizione che gli armamenti dovessero essere usati solo per scopi difensivi; si sperava così di poter creare un clima di collaborazione tra gli stati dell’area; invece fu proprio questa condizione a fare fallire l’obiettivo delle potenze occidentali, perché gli stati arabi non accettavano la sconfitta – che per essi equivaleva alla nascita dello stato di Israele – e volevano utilizzare gli armamenti per una politica di rivincita. Di fronte a tali condizioni i paesi arabi, onde ottenere armamenti, finirono per rivolgersi all’URSS, mentre Israele si rivolse agli USA. Quindi una dichiarazione il cui scopo era quello di evitare la spartizione con i russi fini proprio per essere alla base di una logica in tal senso. Era la stessa che, dopo la Prima guerra mondiale, aveva guidato la Francia e la GB e che adesso guidava gli USA e l’URSS. In questa situazione di influenza maturarono le crisi degli stati arabi a cominciare dall’Egitto. Nel 52 si ebbe il primo colpo di stato con il Gen. Neguib, che cerco di avviare subito un negoziato con la Gran Bretagna per conquistare la piena sovranità ed espellere i britannici dal canale di Suez. L’azione di Neguib fu considerata troppo moderata, per cui nel 54 si verificò un altro colpo di stato realizzato dai colonnelli, molto più decisi ad accelerare l’esodo dei britannici, anche per dimostrare che l’Egitto era in grado di gestire la propria sovranità e indipendenza e di farsi paladino della causa araba. Nel 54 Nasser assume il potere con il fine di realizzare una politica da grande potenza. Egli voleva presentare l’Egitto come stato pienamente sovrano e indipendente e proporlo come promotore della realizzazione di una politica panaraba. Ma nella situazione esistente nel 1954 Nasser sostenne anche una politica di indipendenza degli stati dell’Africa settentrionale come Tunisia, Marocco e Algeria. Il Cairo diventò quindi la sede di tutti i movimenti nazionali del continente africano tanto che quando a Bandung si riunì la conferenza dei cosiddetti paesi non allineati, Nasser rappresentò non solo l’Egitto, ma diventò anche il leader africano che incarnava l’aspirazione dei popoli africani all’indipendenza, tanto che la conferenza di Bandung viene chiamata conferenza afro-asiatica. In realtà era asiatica perché di africano c’era soltanto l’Egitto di Nasser che si presentò con l’aura di leader del panarabismo e del panafricanismo.

Per realizzare una politica di questo tipo l’Egitto non poteva reggersi soltanto sulle proprie forze, ma doveva inserirsi nel contesto internazionale e cercare lì un appoggio per realizzare gli obiettivi che si era prefisso; l’accordo con la Gran Bretagna fu il primo atto di questo disegno. Stipulato nel 1954 esso prevedeva il ritiro delle truppe britanniche dal canale di Suez entro 20 mesi e questa scadenza coincise proprio con lo scoppio della crisi di Suez.

La crisi di Suez

Questa crisi fu considerata come già prevista e preparata da Nasser, il che aumentò ovviamente la reazione dei britannici tanto più che il ritiro dell’ultimo soldato coincise con la dichiarazione di nazionalizzazione del canale. Ciò si presentava non solo prefabbricato, ma anche in contrasto con l’impegno assunto di rispettare la convenzione internazionale del 1888 che aveva dato vita alla cosiddetta “associazione degli utenti”. Suez era una via d’acqua internazionale per il cui uso si era costituita un’associazione di tutti i paesi e la gestione amministrativa e finanziaria del canale era demandata ad essa.

Quando nel 54 Nasser firmò l’accordo con la Gran Bretagna, esso stabiliva che i britannici si sarebbero ritirati, ma che l’Egitto avrebbe rispettato la convenzione del 1888, per cui l’amministrazione del canale sarebbe rimasta alla associazione degli utenti. Quindi la nazionalizzazione significava anche un venir meno a questo impegno. Per realizzare questa politica di potenza l’Egitto aveva bisogno del riconoscimento internazionale, ma anche di sollevare quantomeno il tenore di vita sul piano interno. Fra gli sviluppi per ottenere questo risultato il più importante fu quello della costruzione della diga di Assuan che avrebbe consentito al paese del Nilo, di rendere fertili milioni di ettari di terreno. Per realizzare questa ciclopica impresa Nasser finì per doversi appoggiare alle potenze che potevano finanziarla. Ciò lo indusse a perseguire la linea politica detta del “non allineamento”. Infatti sul piano economico e finanziario si rivolse alle potenze occidentali, mentre su quello dello sviluppo della potenza militare si rivolse all’URSS che non poneva condizioni di sorta.

Tra il 55 e il 56 Nasser sviluppò una politica che aveva lo scopo di porsi alla guida sia del movimento panarabo sia di quello dei paesi africani. Ciò finì per far nascere tensioni e preoccupazioni soprattutto negli Stati Uniti. Il timore che i finanziamenti potessero essere usati anziché per lo sviluppo economico e sociale per comprare armi all’Unione Sovietica non era affatto infondato. Gli americani imposero il blocco di tali aiuti nonostante l’opposizione della Gran Bretagna e della Francia. La reazione egiziana fu la nazionalizzazione del canale di Suez; ciò mise l’Egitto in contrasto aperto innanzitutto con queste due, la Francia, poi, era risentita anche per l’appoggio che Nasser dava al Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria. Si nota, dunque, che nella crisi di Suez si sommano una serie di problemi legati da un lato a gli interessi inglesi e francesi e dall’altro al problema dei rapporti con Israele.

La prima reazione fu di invitare l’Egitto ad una conferenza da tenersi a Londra che avrebbe dovuto comprendere l’associazione degli utenti per dimostrare che l’accordo del 1888 doveva essere considerato ancora in vigore, ma Nasser rifiutò di partecipare e la conferenza saltò.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, cercarono di fare pressioni sulla Francia e sulla Gran Bretagna perché la crisi fosse portata all’ONU per trovare la soluzione del problema. Accettare voleva dire che il Consigli di Sicurezza avrebbe potuto bloccare qualsiasi decisione in loro favore. Bisogna tener conto che l’ONU nel 56 stava già prendendo posizione contro l’intervento sovietico in Ungheria e quindi la pressione degli USA sulla GB e sulla Francia non poteva avere successo. Però, questi ultimi, non potevano nemmeno prendere una decisione in aperta rottura con gli Stati Uniti. Nasser, approfittando della crisi di Suez, diede una forte spinta all’azione panaraba e iniziò una serie di attacchi terroristici dalla striscia di Gaza, dalla Cisgiordania e dal Libano utilizzando i palestinesi in esilio dal 48. Ciò fece maturare una nuova tensione con Israele che a sua volta si accordò con gli inglesi e i francesi. L’idea era di intervenire contro l’Egitto progettando che nel momento in cui sarebbe giunto sul canale, Francia e Gran Bretagna avrebbero interposto la loro mediazione invitando le due parti a liberare il canale. Si pensava in questo modo di aggirare l’ostacolo Stati Uniti e giustificare il loro intervento non come imperialista ma volto a garantire la sicurezza in una via d’acqua di importanza internazionale. La guerra del 56 fu rapida: le truppe israeliane arrivarono rapidamente al canale di Suez e l’intervento della Francia e della GB fu quello di inviare un ultimatum alle due parti perché si ritirassero a 150 km dal canale, la cui sicurezza sarebbe stata garantita dall’intervento delle truppe franco-britanniche. Israele accettò, Nasser rifiutò e ciò portò all’intervento delle forze armate anglo-francesi che ebbero come base d’appoggio Cipro. Gli Stati Uniti presero posizione contro questo intervento e Francia e Gran Bretagna subirono la condanna di ambedue le superpotenze. I sovietici addirittura ne approfittarono (visto il parallelo con la crisi ungherese) per invitare gli USA ad una azione comune contro la Francia e la GB. Si deve tener conto che l’URSS era nella fase di destalinizzazione, di distensione e dialogo, e ciò fu considerato come il tentativo di accordarsi alle spalle e sulla testa dei paesi europei. Cosicché l’intervento delle superpotenze divenne una sorta di ultimatum, che costrinse Francia, GB e Israele a ritirarsi dalle zone occupate. In conseguenza di ciò la sconfitta militare di Nasser fu trasformata in un grande successo politico e diplomatico. Agli occhi degli arabi era colui che si era saputo battere contro le potenze imperialiste e colonialiste e l’insuccesso militare si trasformò in un grande successo politico e diplomatico. Da quel momento la sua azione politica fu fortemente rafforzata. Se non si parte da questo risultato - favorito in certo senso dalle due superpotenze - non possiamo capire la guerra del 67. Si poteva anche imporre il ritiro ma certamente non si poteva lasciare l’Egitto senza porre condizioni, poiché la guerra era scoppiata a causa del mancato impegno dell’Egitto a rispettare l’accordo internazionale del 1888. La minaccia di aggressione nei confronti dello stato di Israele – riconosciuta da tutta la comunità internazionale - avrebbe dovuto quantomeno portare alla risoluzione della crisi con delle garanzie; invece la sola garanzia fu l’invio di caschi blu al confine fra la penisola del Sinai e lo stato ebraico. La crisi di Suez si concluse in modo tale da offrire a Nasser le armi per sviluppare una politica più forte e più penetrante sia sul piano del processo di decolonizzazione sia su quello della politica panaraba. Il periodo che va dal 56 al 66 non è stato altro che il decennio di preparazione dell’Egitto alla guerra santa contro Israele. Tutto è stato subordinato al raggiungimento di questo obiettivo, perché il Presidente egiziano si rese conto che se voleva unire il mondo arabo unico elemento unificante era la guerra santa.

Antonio Ciabattini Leonardi